Genitori biologici nell’affido: incontri, rapporti e gestione dei conflitti
TL;DR — L’affido familiare in Italia non cancella la famiglia d’origine: la affianca. Capire come funzionano gli incontri e i rapporti — e perché esistono — è uno dei passaggi più importanti per chi vuole accogliere senza paura.
C’è una domanda che, allo Sportello, riceviamo quasi sempre dopo qualche minuto di colloquio. Arriva con tono cauto, perché chi la fa sa che potrebbe sembrare poco generosa. Eppure è giusto farla:
“E i suoi genitori biologici? Come funziona? Devo… incontrarli?”
La risposta breve è: sì, quasi sempre. E non è un problema, è il senso dell’affido. La risposta lunga è in questo articolo.
Cosa dice davvero l’affido familiare sulla famiglia d’origine
Partiamo dalla cosa più importante. L’affido familiare non è un’adozione. Sembra ovvio, ma è la radice di tutto.
L’adozione interrompe i legami con la famiglia d’origine. L’affido, no. L’affido in Italia (Legge 184/1983, riformata nel 2001) parte da un’idea precisa: il bambino ha bisogno di stare con un’altra famiglia per un periodo, ma la sua famiglia resta la sua famiglia. Mamma è mamma. Papà è papà. Il cognome non cambia. La storia non si riscrive.
Questo, per una famiglia accogliente, ha tre conseguenze pratiche:
1. Esistono dei genitori, da qualche parte, anche se non sono lì in casa.
2. Quei genitori, di solito, vedono il bambino. In modalità diverse, in luoghi diversi, ma lo vedono.
3. La famiglia affidataria entra in una relazione, vuoi o no, con quella storia. Anche solo prendendo il bambino dopo un incontro al Centro Servizi.
Perché esistono gli incontri
Possiamo dirlo con una frase semplice: un bambino senza i suoi genitori non è un bambino libero. È un bambino spezzato. Anche quando i genitori biologici hanno gravi difficoltà, anche quando hanno fatto del male, il bambino li porta dentro di sé. Cancellarli non serve. Aiuta poco. A volte fa danni grandi.
Gli incontri servono a far sì che la storia continui ad avere un filo. Il bambino non deve scegliere tra “voi” e “loro”. Non deve nascondere il suo affetto. Non deve fingere. Può vivere bene da voi e volere bene ai suoi genitori. Le due cose non si escludono.
Come funzionano, concretamente, gli incontri
In Italia, gli incontri tra bambino in affido e famiglia d’origine vengono regolati dal Tribunale per i Minorenni e attuati attraverso i Servizi Sociali e il Centro affidi del territorio. Possono essere di tre tipi principali:
Incontri liberi
Avvengono in spazi neutri o presso la famiglia d’origine, senza presenza di operatori. Sono previsti quando la situazione è considerata sostenibile, ad esempio in affidi consensuali (la famiglia d’origine ha richiesto o accettato l’affido) e quando il rischio per il bambino è basso.
Incontri facilitati
Si svolgono in una sede neutra (spesso il Centro affidi o uno spazio del Comune) con la presenza di un operatore che osserva e sostiene la relazione. La famiglia d’origine e il bambino sono insieme, l’operatore non interviene nei contenuti ma è presente.
Incontri protetti
Si svolgono in spazi dedicati, con presenza costante di un operatore o di un educatore, che monitora e può interrompere l’incontro se serve. Sono previsti quando ci sono elementi di rischio o quando la relazione è particolarmente fragile.
In tutti i casi: la famiglia affidataria non è dentro l’incontro. Di solito accompagna il bambino, lo lascia agli operatori, lo riprende dopo. Tempi, frequenze e modalità sono definiti nel decreto del Tribunale e nel progetto educativo individuale.
La paura di “incontrarli”: cosa c’è sotto
Quando una famiglia ci dice “ho paura di incontrare i genitori biologici”, quasi sempre sotto c’è una di queste tre cose:
1. La paura del giudizio
“Mi guarderanno come quella che gli sta portando via il figlio.” Risposta: no, perché non glielo state portando via. L’affido lo dice anche nel nome — “affidato” — non “tolto”, non “preso”, non “salvato”. State accompagnando. È diverso. E quasi tutti i genitori biologici, anche quelli più feriti, lo sanno.
2. La paura di “non essere abbastanza famiglia”
“Se ci sono loro, allora io chi sono per quel bambino?” Risposta: siete quelli che ci sono adesso, nella vita quotidiana. La famiglia affidataria fa colazione, fa i compiti, festeggia i compleanni, sente la febbre alta a mezzanotte. La famiglia d’origine fa altro, sempre dentro la storia del bambino. Sono due ruoli, non in competizione.
3. La paura del conflitto
“E se litighiamo? E se mi dicono che cresco male il loro figlio?” Risposta: i conflitti possono esserci, ma non li gestite voi da soli. Gli operatori dell’équipe affido sono lì proprio per mediare, riformulare, accompagnare. La famiglia affidataria non è mai sola nei momenti difficili con la famiglia d’origine.
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Hai bisogno di parlare di questo con qualcuno che lo conosce davvero?
Il tema della relazione con la famiglia d’origine è uno dei più delicati di tutto il percorso d’affido. Ed è uno di quelli per cui esiste lo Sportello d’Ascolto “Spazio Famiglia Nuovi Legami” di Metacometa, a Viagrande (CT). Lo abbiamo creato esattamente per le paure emotive che non trovano risposta in un opuscolo.
Telefono: 380 215 1030 — risponde una persona, non un risponditore.
Email: spaziofamiglia@metacometa.it
Operiamo come riferimento nazionale: anche se vivete a Milano, Torino, Bari, Padova, possiamo ascoltarvi e indicarvi la rete più vicina a casa vostra.
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La verità che le famiglie affidatarie scoprono col tempo
**”Voler bene a un bambino in affido vuol dire anche voler bene, in un certo modo, ai suoi genitori. Perché loro fanno parte di lui.”**
Questa frase, le famiglie con più anni di affido alle spalle ce la ripetono in mille modi. Non sempre piace sentirla all’inizio. È difficile. È controintuitiva. Ma è il cuore della questione.
Un bambino che vede la famiglia affidataria rispettare la propria famiglia d’origine — anche con tutti i suoi limiti — sente che non deve scegliere. E un bambino che non deve scegliere è un bambino che cresce libero.
Non significa essere d’accordo con tutto. Non significa fingere. Significa dire, davanti al bambino, frasi come:
- “La mamma oggi non poteva venire, ma so che ci teneva.”
- “Sai, anche papà quando era piccolo amava il pesce.”
- “Stasera scriviamo un disegno per la nonna?”
Sono piccoli atti. Cambiano tutto.
E quando il conflitto c’è davvero?
Capita. Capita che una famiglia d’origine non rispetti gli accordi. Capita che parli male della famiglia affidataria al bambino. Capita che chieda informazioni a cui non ha diritto. Capita che ci siano tensioni serie.
In questi casi, la famiglia affidataria non si arrangia da sola:
- **Riferisce sempre** quanto accaduto agli operatori dell’équipe affido.
- **Non risponde “a tono”** alle provocazioni: usa l’équipe come filtro.
- **Documenta** se serve (date, fatti, frasi).
- **Non parla male** della famiglia d’origine davanti al bambino, mai, anche quando ne avrebbe pieno motivo.
E soprattutto: chiede sostegno. Lo Sportello d’Ascolto, gli operatori del Centro affidi, le altre famiglie affidatarie. Il conflitto si attraversa in rete, non in solitudine.
L’immagine che usiamo a Metacometa
Pensate alla famiglia accogliente e alla famiglia d’origine come a due rive dello stesso fiume. Il bambino è la barca che attraversa. Non deve scegliere una riva contro l’altra. Deve sapere che entrambe le rive lo stanno guardando passare, e che entrambe vogliono che arrivi dall’altra parte intero.
L’affido funziona quando le due rive, almeno per un tratto, smettono di guardarsi come nemiche. Non devono diventare amiche. Devono diventare co-genitori a distanza di quel bambino specifico, per un tempo specifico. È un’idea grande. Ed è possibile.
Quanto durano i rapporti con la famiglia d’origine?
Spesso oltre la fine dell’affido. Molte famiglie affidatarie ci raccontano di rapporti che si mantengono — telefonicamente, con messaggi, con qualche incontro — anche dopo il rientro del bambino nella sua famiglia. Non è la regola, ma succede. Ed è uno dei frutti più belli di un affido fatto bene: una rete di famiglie attorno a un bambino, che continua a esserci.
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